Trilogia del Cornetto (Three Flavours Cornetto trilogy) (2004-2013)

La grandezza di un artista e di un’opera risiede nelle peculiarità, nella capacità innata e ricercata di sapersi distinguere per creare qualcosa di personale e nello studio che si nasconde dietro ogni buona idea.

Edgar Wright nel corso della sua carriera ha dimostrato di saper essere un innovatore, di possedere uno stile estremamente personale e di impegnarsi costantemente per conservare ed esaltare la sua immaginazione e valorizzare le idee che ne derivino.

I film del regista inglese risultano, infatti, immediatamente riconoscibili grazie ai tagli inconfondibili, alle gag ricorrenti, alle frequenti citazioni e al grandioso uso delle colonne sonore.

La cultura cinematografica che lo contraddistingue si unisce all’intelligenza dimostrata nel sapere essere autoironico e nel saper mescolare diversi generi tirando fuori sempre qualcosa di nuovo, particolareggiato e sorprendente.

Quelle elencate sopra sono tutte caratteristiche che è facile ritrovare nella celebre “Trilogia del Cornetto”, saga sui generis che accomuna tre film dalle trame diverse e prive di un qualsiasi continuum spazio-temporale e che risultano legati tra loro dal cast, da situazioni ed inquadrature simili che si ripresentano e dalla presenza del Cornetto Algida declinato in un gusto diverso a seconda del genere della storia.

Sì, il gelato.

Ma andiamo per gradi.

“Shaun of the Dead”, “Hot Fuzz” e “The World’s End”, diretti da Edgar Wright e scritti dallo stesso regista insieme al compagno d’armi Simon Pegg, compongono una delle trilogie più atipiche della storia del cinema, sia per quanto riguardi la concezione della serie sia per quel che riguardi il tema che le ha dato il nome: quel Cornetto nato in Italia e conosciuto e commercializzato a livello globale già dagli anni ’70.

I tre film in questione sono, prima di tutto, una parodia nascosta dei generi cui si riferiscono: le atmosfere e i fatti narrati, sebbene intrisi di situazioni comiche e citazioni, sono coerenti alle trame che si propongono di raccontare e allo stile variegato di un autore che dimostra con la sua eclitticità una grande padronanza del mezzo.

Il cinema horror, poliziesco e fantascientifico vengono, rispettivamente, abilmente dissezionati e ricomposti con l’aggiunta di toni meno cupi in un lavoro fatto di omaggio e sarcasmo grazie anche a montaggi sopraffini e all’uso della ripetitività come espediente comico.

La “Trilogia del Cornetto”, insomma, deve tanto al passato, alle opere di autori che hanno creato filoni che avessero la forza di ripetersi negli anni perdendo poco impatto sul pubblico, ma allo stesso modo ha fornito nuovi spunti per rivitalizzare un’industria cinematografica fatta sempre più di doppioni, remake e reboot che corre il rischio di perdere di spessore nell’assenza di quella scintilla artistica che sappia cogliere e riproporre senza copiare e che abbia il coraggio di osare un pochino, mettendoci qualcosa di personale.

La storia che stiamo raccontando comincia nell’ormai lontano 2004 quando esce “Shaun of the dead”, scritto da Edgar Wright e Simon Pegg e tradotto in italiano con il pessimo “L’alba dei morti dementi” che, oltre a dare un tono del tutto demenziale al lungometraggio, cancella il gioco di parole/citazione del titolo originale.

I riferimenti ai film di zombie dei decenni precedenti sono soltanto la punta dell’iceberg di un film che riesce a passare in un istante da horror a commedia, giocando con l’ingenuità dei personaggi e con le debolezze insite nel genere, senza snaturarlo o prenderlo poco sul serio e riuscendo, piuttosto, a rivitalizzarlo come una boccata d’aria fresca.

A tutti gli effetti il film si può e si deve considerare uno zombie movie, al pari dei classici che lo hanno ispirato e di cui conserva i toni gore e la trama da survival horror.

La trama è semplice ed efficace e narra le vicende di Shaun (Simon Pegg), appena lasciato dalla sua ragazza di sempre e con un lavoro che non lo appaga, del suo amico, compagno di bevute e coinquilino Ed (Nick Frost) e della lotta alla sopravvivenza del loro gruppo di parenti e conoscenti.

I riferimenti alle abitudini di vita degli stessi autori sono stati gli spunti essenziali per trasformare il tipico film sui morti viventi in qualcosa di comico e talmente assurdo da risultare sensato: il luogo in cui rifugiarsi, le armi usate contro i mostri e le scelte dei protagonisti sarebbero le scelte tipiche di un essere umano comune che dovesse ritrovarsi a cercare di sopravvivere ad un’apocalisse in cui i morti riprendessero improvvisamente vita.

La scena incriminata, capace di dare vita alla trilogia (o almeno al modo in cui viene riconosciuta oggi, col senno del poi), ci mostra Shaun che con l’intento di far riprendere dalla sbornia il suo amico Ed si reca al negozio, schivando zombie e scambiandone l’attitudine per quella di un normale vicino di casa, chiassoso o ancora ciondolante dal sonno, per acquistare un cornetto alla fragola (dalla carta rossa come il sangue).

La regia di Wright è strepitosa, come sempre, nell’alternare tagli rapidi a piani sequenza lunghi e dettagliati, e ad attribuire così un ritmo eccezionale alla pellicola ricreando così la dualità, solo all’apparenza ossimorica, tra commedia e horror.

E con un montaggio veloce e frenetico parte “Hot fuzz”, thriller poliziesco simboleggiato dal Cornetto classico (e dalla carta azzurra come una divisa) in grado di congelare il cervello o risvegliare i pensieri dei due poliziotti, e che segue le mirabolanti azioni dell’agente Nicholas Angel (Simon Pegg) e del suo trasferimento nella, almeno all’apparenza, tranquilla cittadina di Sandford.

“Hot fuzz”, forse il più riuscito dei tre capitoli, si rifà a film d’azione come “Bad boys II” e “Point break” insaporendo sparatorie e inseguimenti con una texture di mistero e cospirazioni ed un registro narrativo genuinamente divertente.

Perché la cittadina in cui si ritrova, malvolentieri, a lavorare il super poliziotto di Londra è lo scenario di strani incidenti mortali che Angel, insieme al nuovo collega Danny (Nick Frost) cercherà di collegare tra loro nell’ostentata diffidenza del resto della cittadinanza.

Il tema della narrazione e, naturalmente, della metanarrazione definisce l’importanza del non prendersi troppo sul serio e l’enciclopedica conoscenza cinematografica del bambinone Danny è la metafora perfetta di come saper spegnere il cervello possa essere a suo modo produttivo e fondamentale.

Il ritmo in questo caso è un crescendo che ha il suo apice in scene assolutamente degne dei migliori action movie e le citazioni dei film che sono stati presi come riferimento sono esplicite e forti e sostengono una trama interessante, capace di cambiare forma e che sa reggersi su espedienti narrativi originali e brillanti.

La caratterizzazione dei personaggi, principali e secondari, descritti quasi come delle macchiette, è sicuramente uno dei punti forti della produzione ed è prova, ancora una volta e come se ce ne fosse bisogno, del sapiente uso di sceneggiatura e regia che contraddistinguono l’intera serie.

Serie che si conclude con il Cornetto alla menta (e la sua carta verde come gli omini spaziali), cibo futile che ci mancherebbe nel caso di un disastro mondiale che cambiasse le nostre abitudini, e con l’avventura fantascientifica on the road di “The World’s End”, intenta ad inseguire la corsa disperata di Gary King (Simon Pegg), un uomo non realizzato che vive in pieno la “sindrome di Peter Pan”, verso la conquista del “miglio dorato”, mitico tour dei pub della propria cittadina, e che rimette insieme il suo gruppo di amici di gioventù per arrivare all’agognato traguardo mancato in età adolescenziale proprio mentre il mondo è preda di un imprevedibile e tremendo attacco alieno.

Dodici pinte di birra in dodici tappe, nella ricerca di una gratificazione effimera quanto fondamentale e nella riscoperta del proprio passato e delle proprie esperienze nel tentativo di trovare una redenzione.

L’ironia dei primi due film qui si fa più matura e si trasforma in una riflessione sul significato del crescere e sull’alienazione di un mondo sempre più vasto, condizionato da una globalizzazione che allontana e divora le sicurezze e le abitudini delle piccole comunità.

Sembrano in tal senso fondamentali i riferimenti alle opere di Carpenter e alla sua aperta critica sociale e politica.

“The World’s End” è quasi un racconto di formazione inscritto in una storia di fantascienza che sa essere classica e moderna e che ripropone l’idea di un’invasione aliena aggiungendole le paure della contemporaneità e le difficoltà insite nella necessità di crescere.

Una buonissima colonna sonora che guarda al passato, degli effetti speciali all’altezza e un cast di supporto ancora più valorizzato rispetto a “Shaun of the Dead” e “Hot Fuzz” delineano la degna conclusione di una trilogia che è andata maturando con i suoi autori ed interpreti, guadagnando consapevolezza senza perdere o snaturare le radici che l’hanno contraddistinta.

È davvero complicato non innamorarsi della “Trilogia del Cornetto” ideata, realizzata e messa in opera in maniera sublime dal trio Wright-Pegg-Frost e che rappresenta una commistione di generi accomunati da un linguaggio stilistico comune che sa ripresentarsi senza risultare ripetitivo o stucchevole e sa essere adeguato alla comicità intelligente che viene presentata.

Anche l’idea del Cornetto come piacere effimero e cura a tutti i mali del mondo vuole essere una sana provocazione, un divertente espediente e un insegnamento velato, privo di qualsiasi necessità di un’autorevolezza artificiosa.

È impossibile non sorridere compiaciuti ai tagli che ci preparano alla partenza in derapata di un’auto, alla riproposizione della scena delle staccionate o riconoscendo una delle numerose citazioni pop, espedienti che sono capaci di far sentire lo spettatore parte integrante di un gigantesco inside joke che stupisce e diverte per l’intera durata di tre film che hanno fatto la fortuna dei propri autori e che hanno dimostrato come si possa ancora innovare nonostante un mercato saturo e una platea smaliziata, sfruttando, conservando e nutrendo la propria passione in un gioco che non dovrebbe mai soccombere alle esigenze professionali.

Perché il cinema deve prendere atto, in maniera responsabile e spensierata, del fatto che ancora oggi non c’è migliore cura ai malesseri personali e della società di una storia ben scritta e ben presentata.

O forse c’è e, nel caso, potrebbe avere una forma conica.

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