Nope: l’horror ai tempi di Jordan Peele

Regia: Jordan Peele

Cast: Daniel Kaluuya, Keke Palmer, Steven Yeun, Michael Wincott Brandon Perea

Nope, come preannunciato a più riprese dal cast e dallo stesso regista, non è quello che ci si aspetta.

I trailer, le foto e tutto l’armamentario da marketing e presentazione sono stati il perfetto specchietto per le allodole da destinarsi al pubblico ormai affezionato ai lavori di Jordan Peele

Il comico e regista di New York ci ha abituato a film horror dall’alto livello d’intensità emotiva e da un profilo di impegno politico paragonabile a quello di altri grandi maestri del genere, sapendo aggiornare le bizzarrie tipiche dell’horror per adattarle al pubblico smaliziato ed esigente del ventunesimo secolo.

Dal suo esordio alla regia con “Scappa – Get Out” le narrazioni che ha proposto al pubblico cinematografico sono state originali e sottili, a tratti persino spiazzanti.

Nope si muove nella stessa direzione, disegnando scenari non immediatamente riconoscibili e che richiedono un’attenzione particolare da parte dello spettatore, costringendolo a riflettere e a immaginare i temi trattati sotto la luce di filtri diversi e particolari capaci di stravolgere il significato dell’orrore e della mostruosità.

UAP, cavalli e cinema

Nope racconta la storia dell’addestratore di cavalli per il cinema, OJ (Daniel Kaluuya), e di sua sorella Emerald (Keke Palmer), alle prese con difficoltà lavorative ed economiche a seguito della morte del padre causata dalla caduta di oggetti, presumibilmente da un aereo in volo.

La scoperta di un UFO (o ancora meglio di un UAP, come accennato nel film) che gravita sopra il ranch della famiglia appare all’estroversa e creativa Emerald come l’occasione della vita per testimoniare un incontro extraterrestre e vendere il filmato a qualche emittente televisiva.

Alla loro storia si intreccia quella di Ricky Park (Steven Yeun), attore prodigio dalla carriera stroncata a causa di un incidente sul set e che ora gestisce un parco a tema western acquistando occasionalmente cavalli da OJ e interessato a rilevarne il ranch.

Il racconto della caccia all’UFO, che diviene allo stesso tempo una sopravvivenza alla sua crescente aggressività, porterà i protagonisti a comprendere meglio la natura e le intenzioni dell’UAP.

Tecnica, ispirazione e originalità

Nope è originale, divertente e ricco di pathos.

È un film scritto e diretto con tutti i crismi dell’horror e che presenta allo stesso tempo i tratti di una fantascienza spielberghiana che sembra influenzarlo senza prendere il sopravvento, in un riuscito mix di tensione, azione e dramma.

Gli sterminati paesaggi in cui è ambientato sono perfetti per inquadrature ad alto respiro che riescono a racchiudere un senso ossimorico di intrappolamento (sia effettivo che metaforico) e per poter godere di una fotografia estremamente curata, studiata ed elaborata tecnicamente.

La regia è attenta ai dettagli e meticolosa nelle inquadrature, nei primi piani  e nei momenti in cui cresce lo spannung ed estremamente dinamica nelle scene d’azione che riempiono la storia tenendo incollati alla poltrona.

I giochi di luce, i movimenti di camera e anche la semplice idea di alcuni momenti iconici del lavoro di Peele fanno rimanere a bocca aperta e con i brividi sulla pelle (penso in particolare all’incontro indesiderato nella stalla, alla “pioggia” che si scatena sul ranch e alla scena della scimmietta Gordy)

Straordinario poi l’apporto del cast: su tutti spiccano un Daniel Kaluuya perfetto nella sua interpretazione di un OJ distaccato da tutto e introverso e una Keke Palmer che appare perfetta come l’Emerald antitesi del fratello maggiore nel suo essere spigliata e alla ricerca dell’affermazione nel mondo dello spettacolo.

Nope è un’opera tecnicamente e strutturalmente quasi perfetta: il ritmo è in continuo crescendo e l’impressione generale è di essere di fronte a un blockbuster dal budget esagerato, piuttosto che a un horror indipendente.

L’horror come testimonianza della necessità di nuove sensibilità 

Il filone narrativo principale, come in ogni film di Peele, sembra in realtà soltanto il pretesto per parlare di altro: la rincorsa al video perfetto di un incontro extraterrestre intrattiene e terrorizza lo spettatore mentre ogni riferimento delle sottotrame induce a riflettere sulla macchina capitalista e divoratrice di Hollywood così quanto al nostro modo di vedere il diverso e alla nostra tendenza a calpestare ogni sensibilità che non riusciamo, per qualche motivo, a comprendere.

In questo senso, la crudeltà sugli animali (e per estensione anche su qualcos’altro) che l’industria cinematografica perpetra quasi senza neanche rendersene conto viene raccontata senza moralismi, tratteggiando piuttosto, con caratteri anche abbastanza evidenti, la risposta di rabbia e distruzione cui potrebbe dare seguito.

Allo stesso modo, la creazione e l’abbandono di bambini prodigio, coccolati e cullati da cinema e televisione sono fino a quando siano utili, ci viene raccontata e fatta comprendere senza troppe spiegazioni, mostrando la frustrazione, la dipendenza dalla fama e il senso di alienazione che tali situazioni possano lasciare a chi ne subisca le conseguenze.

A un livello ancora più profondo arriva la narrazione di un bisogno spasmodico dell’uomo di creare spettacolo e di essere fruitori di spettacoli di qualsiasi genere e probabilmente a qualsiasi costo.

Un film, quindi, che non si limita a essere un horror fantascientifico ma che trae la forza dalle sue atmosfere per raccontare i pensieri di un regista e scrittore che sa come veicolare i propri messaggi mostrando senza raccontare.

Nope traccia la via per Hollywood

Nope centra l’obiettivo lasciando lo spettatore di sasso di fronte alla sua bellezza estetica, divertito e spaventato dai suoi ritmi e dalla sua tecnica narrativa e soddisfatto dai tanti piani di lettura politici e sociali su cui lo costringe a riflettere.

Jordan Peele si conferma uno degli sceneggiatori e registi più ispirati degli ultimi anni e dimostra ancora una volta che fare cinema di intrattenimento non significa necessariamente produrre scatole vuote utili solo a riempire le sale, nutrire gli occhi e rimpolpare i botteghini.

Un altro per il futuro.

Voto: 8/10

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