Classe 1984: quando le nuove generazioni fanno paura

Un giovane Michael J. Fox, ambientazioni a metà strada tra “Fuga da New York” e “I guerrieri della notte” e l’idea di un futuro prossimo violento e incerto.

Partendo da queste basi, Mark L. Lester, regista di “Commando”, dirige, su una sceneggiatura di Tom Holland, “Classe 1984”, film ambientato in una scuola di un quartiere difficile.

Erano, gli anni ’80, tempi in cui le problematiche relative all’abuso di droga e alla gestione delle bande giovanili incutevano preoccupazione per il futuro e il cinema d’exploitation era largamente diffuso.

Una scuola e tante armi

Andrew Norris (Perry King) è un insegnante di musica appena assegnato in un nuovo, difficile, liceo in cui la violenza la fa da padrone.

Le bande punk dedite allo spaccio di droga detengono il controllo sull’istituto e i professori sono costretti a girare armati per la propria sicurezza.

Tra metal detector e graffiti alle pareti, l’edificio si presenta più simile a un carcere che a una scuola e il percorso del giovane insegnante si dimostra da subito difficile quando entra in collisione con un capobanda, Peter Stegman (Timothy Van Patten) che frequenta il suo corso.

La contrapposizione tra i due cresce in maniera drammatica coinvolgendo i ragazzi più tranquilli della scuola, i colleghi di Norris e la sua famiglia e sfocia in un turbinio di violenza, vendetta e follia.

La violenza come stile di vita

“Classe 1984” è un film che nonostante il budget ridotto (circa 3 milioni di dollari) e la criticata violenza che riproduce sullo schermo, è riuscito a diventare, a modo suo, un piccolo cult degli anni in cui è uscito.

Uno dei punti forti dell’opera di Lester è sicuramente l’ambientazione: un liceo americano in cui la violenza è all’ordine del giorno, le armi sostituiscono i libri negli zaini degli studenti e i professori e le autorità appaiono inermi di fronte al crescente disagio che appare inarrestabile.

Non c’è, infatti, alcuna redenzione possibile. Il talento dei ragazzi, la passione dei professori e l’impegno delle forze dell’ordine non possono niente di fronte alla droga e all’ebrezza data dal senso di potere.

Il film non brilla certo per realizzazione tecnica o per originalità nella trama e nelle situazioni presentate, nonostante un paio di scene molto interessanti e ben realizzate: su tutte spicca l’intenso momento in cui il professor Corrigan (Roddy McDowall) prende in ostaggio un’intera classe interrogando, armato di pistola, uno studente alla volta.

Molto credibile anche l’interpretazione del giovane Van Patten che entra nel ruolo di uno Stegman dissociato, sprezzante dell’autorità e violento, figlio di una madre incapace di riconoscere cosa stia diventando.

Il tema di una generazione fuori controllo si affianca a quello della crescente abitudine alla violenza dando un significato alla crudezza che viene mostrata sullo schermo: a detta di Lester l’idea sarebbe stata proprio quella di mettere in guardia di fronte a una deriva della società. Idea che, col senno del poi, si è dimostrata in qualche modo profetica.

Un b-movie coraggioso che sente il peso degli anni

“Classe 1984” non è di certo un capolavoro.

È un film di genere riuscito a metà, in cui si intravedono cenni di un regista capace e che è stato apprezzato soprattutto per il suo essere esagerato e senza timore di raccontarsi.

In definitiva un buon b-movie dalla trama che tutto sommato regge e che regala momenti di intrattenimento in un modo che, al giorno d’oggi, è difficile trovare se non in prodotti che fanno della violenza e dell’ironia la loro ragione d’esistere.

Solo che qui, di ironia, ce n’è davvero poca.

C’era paura nei confronti della cultura Punk e dell’uso smodato di droga.

Il futuro, per citare lo slogan del film.

VOTO: 6/10

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